PINK FLOYD - THE PIPER AT THE GATES OF DAWN

Le origini del gruppo vanno ricercate a Cambridge, non lontana dalla capitale, città natale di Roger Waters, Richard Wright e Nick Mason. I tre, tutti studenti di architettura a Londra, formano nel 1964 i Sigma 6, gruppetto di stampo universitario orientato verso il blues. Con l’aggiunta di Juliette Gale, cantante e futura moglie di Wright e, due chitarristi, Bob Close e Syd Barrett. Dopo la dipartita di Close e Gale, e dopo aver cambiato diverse volte il nome (T-Set, Screaming Abdabs, Abdabs); diventano i Pink Floyd dal nome di Pink Anderson e Floyd Council, due bluesmen americani con un posto importante nella collezione discografica di Barrett.

I Pink Floyd sono i sovrani incontrastati di questa ondata lisergica che invade l’Inghilterra passeggiando sul ritmo del beat. Nel loro suono c’è l’ebbrezza del nuovo, del mai provato, l’illusione di un viaggio oltre le stelle che spezza il cerchio del grigiore quotidiano regalando alla vita e alla mente la giusta dose di amore e magia. Il maestro di cerimonia è Syd Barrett, botanico finissimo, maestro della magia verde, mescolatore delle pillole colorate di marca Beatles con capsule prese dal listino degli Stones per creare aroma e luce.

Ottenuto un contratto con la EMI, i Pink Floyd pubblicano due 45 giri: Arnold Layne / Candy And A Current Bun e See Emily Play / The Scarecrow, due singoli che appaiono in classifica e fanno da apripista a uno dei più affascinanti lavori del nuovo rock inglese, THE PIPER AT THE GATES OF DAWN (agosto 1967). 

Il primo LP del gruppo è uno dei dischi chiave dell’epoca. Dietro a un titolo preso da un classico della letteratura infantile (Il vento tra i salici) c’è lo spirito del1967, che anima di volta in volta lunghi strumentali, ballate stralunate, favolette acid pop, effetti spaziali e un inarrivabile lirismo psichedelico.

 L’album si apre con quella che sarà ricordata come una delle maggiori canzoni psichedeliche della storia, ovvero Astronomy Domine: il segnale radio intermittente è una delle più grandi invenzioni del rock inglese degli anni  Sessanta; chitarre che passano dal blues-rock a dilatazioni oniriche, percussioni tribali, tastiere a tratti dissonanti che avvolgono tutta l'atmosfera creando richiami spaziali, incursioni di voci filtrate come se provenissero da un'astronave, melodie vocali Mersey-beat distorte in maniera surreale, Mason e Wright inventano un nuovo stile di accompagnamento. Il brano dalle tinte ombrose ed oppressive narra l’amore del chitarrista per lo spazio, elemento che lo ha sempre affascinato, nonché un suo viaggio indotto dall’LSD (leggenda narra che Syd durante il trip portò con se un libro di astronomia per orientarsi). Musicalmente parlando la traccia si classifica immediatamente come innovativa sopra ogni forma immaginabile; i tetri accordi di Barrett e il martellante/pulsante basso di Waters  catapultano l’ascoltatore tra le stelle e i pianeti.

Con Lucifer Sam, si vira su lidi leggermente più classici con le voci stile beat, la chitarra con sonorità blues-rock virata sul psichedelico; il brano parla del gatto di Syd, Rover, soprannominato Sam dal cantante stesso.

 Matilda mother, vede Richard e Syd avvicendarsi al ruolo di narratori in una dolce e bellissima favola dove una mamma racconta una storia ad un bambino che vuole saperne sempre di più, attraverso la rilettura di polifonie vocali dei Beach Boys e dei Beatles, il tutto rifinito da Wright con le sue tastiere orientaleggianti.

Flaming è la perfetta dimostrazione di come le droghe abbiano avuto una grandissima importanza all’interno della stesura dei brani. La traccia in questione è una descrizione dei tanti stati mentali provati da Syd sotto l’effetto dell’LSD e delle allucinazioni provocategli. Ci ritroviamo così con un Barrett sdraiato su nuvole blu, a cavallo di unicorni e impegnato a nuotare tra le stelle. Musicalmente il brano è introdotto e contaminato da arrangiamenti goliardici e dissonanti a fiati e percussioni, mentre l'organo di Wright evoca un tappeto sonoro liturgico, e le chitarre unite al pianoforte concludono l'evoluzione in un irreale quadro onirico.

 

Pow R. Toch H  è la prima traccia strumentale dell’album, con un’introduzione jazzata e con un mirabile assolo pianistico di Wright, presenta grandi sperimentazioni, come le urla e le risate presenti all’interno del brano di Barrett e Waters derivanti direttamente dall'estetica avanguardista di Edgard Varèse e John Cage. Il brano, sorretto ancora una volta dalle tastiere e dalla batteria, lascia molto spazio sia all’improvvisazione delle prime che alle distorsioni psichedeliche della chitarra di Syd.

 Take up thy stethoscope and walk, unico brano composto dal solo Waters. Il pezzo presenta un comparto strumentale davvero fenomenale. Inizialmente tutto segue l’andatura della melodia vocale, con un esclusivo accompagnamento del basso; la chitarra di Syd fa la sua entrata solamente dopo la prima parte del testo per improvvisare un orgia di assoli chitarristici distorti e man mano fa la stessa cosa anche il basso epilettico di Roger, il tutto armonizzato dalle tastiere di Wright.

Quando si pensa alla musica psichedelica, cercando di identificarla in un solo pezzo, è innegabile dire che Interstellar Overdrive salta immediatamente alla mente come prima candidata. Il brano, che su disco raggiunge solo i nove minuti, nulla in confronto ai venti e più delle versioni live, si sviluppa in diversi livelli, nascendo dal cupo riff di chitarra di Barrett che da menestrello dissonante si trasforma in musicista cosmico per sfociare poi nella più totale improvvisazione, in cui ogni strumento suona un qualcosa a se stante, senza risultare mai fuori posto. Ogni strumento vibra libero e organico, deformato dalla intensità della rappresentazione. Il senso cosmico è dato dal bip-bip galattico della chitarra, dal pulsare magnetico del basso, dagli scoppi luminosi della batteria e soprattutto dalla rumorosità astronautica delle tastiere.

The gnome, una delle melodie più orecchiabili di Barrett, una fiaba classicheggiante che narra la storia di un popolo di gnomi chiamato Grimble Gromble e delle loro abitudini quotidiane,

Chapter 24, Tratto da dei frammenti del capitolo 24 di uno dei libri preferiti di Barrett, I Ching, conosciuto anche come il libro dei mutamenti, dove sono illustrati alcuni degli insegnamenti di vita del confucianesimo. Il brano regala forse le melodie più allegre, con le polifonie vocali che si stagliano su di un tappeto a metà tra la ninna nanna bucolica e l'esperimento avanguardista, basso che compie incursioni blues fugaci e massicci interventi delle tastiere che perfezionano uno stile di psycho-folk Canterburyano.

 The scarecrow,  uno scherzo dadaista, valorizzata dagli arpeggi folk, dagli archi e dagli arrangiamenti percussivi bizzarri, racconta la descrizione che un bambino potrebbe fare di uno spaventapasseri.

Bike, nell’ultimo pezzo della seconda facciata, la band sfoga la propria anima più freak e surreale, con una prima metà immersa nel vaudeville da fiera ambulante e una seconda metà di jam rumorista percussiva, con sirene, orologi a cucù, campanelli, grancasse, catene arrugginite, versi di animali.

 

A poco meno di un anno dal debutto “The Piper At The Gates Of Dawn” (1967), i Pink Floyd si imbarcarono in una serie di tappe negli USA, fu una tournée che si trasformò subito in un tour massacrante da una città all’altra, costituì un altro duro colpo al fragile equilibrio psico-fisico di Syd Barrett, l'allora principale mente creativa della band, da qualche anno ormai preda delle sue stesse allucinazioni e di trip mentali in gran parte provocati dalle droghe che assumeva. Ormai il cantante chitarrista era assente nelle performance, muto nelle interviste ed immobile come una statua durante i live, costringendo gli altri suoi compagni agli straordinari pur di tenere in piedi l’esibizione. Per evitare il collasso, nel 1968 Waters Wright e Mason presero la decisione più triste ed estrema: contattarono come nuovo chitarrista e voce l’amico di Syd, David Gilmour, apparentemente per aiutare Barrett con la presenza di un amico, in realtà, ma forse ancora inconsciamente, per sostituirlo.

Il disco del 1968 prende il titolo dalla lunga suite della seconda facciata, A Saucerful OF Secrets. La struttura ricalca quella dell’opera di esordio: le delizie melodiche hanno però perso il tipico dadaismo barrettiano, si avverte una maggiore monotonia nell’esecuzione, ma comunque mostra un complesso lucido e intelligente alle prese con purissima materia musicale, in un’orgia di travestimenti compositivi e di voci strumentali che proiettano la musica verso frontiere mai immaginate. Roger Waters ha preso il comando, e Gilmour, che lo asseconda, sono amanti della musica soffice, raffinata e distensiva ben coadiuvati da Wright e Mason.

Per la grafica la scelta dei Floyd cadde sulla Hipgnosis, con la quale instaurarono una lunga e proficua collaborazione. Il risultato finale del lavoro dello studio grafico fu una copertina creata grazie alla sovrapposizione di tredici immagini di vario tipo, tutte legate però dallo stesso filo conduttore. Osservandola si possono scorgere fumetti Marvel, una ruota dello zodiaco, una serie di pianeti del sistema solare, disegni di campagne, degli schemi grafici ed alcune bottiglie da alchimista. In mezzo a tutte queste immagini compare poi anche uno scatto molto piccolo della band, contenuto in una sfera, e realizzato con una pellicola ad infrarossi ciò spiega i suoi strani colori.

Il 33 giri si apre con Il basso liquido di Waters, che introduce la nenia psicotica e arabesca di Let There Be More Light è un magnifico viaggio attraverso il deserto e il fuoco, una sonorità fatata che si fonde in sonorità aspre e sghembe in bilico tra la psichedelia e la fantascienza, con il cantato a doppio binario di Richard Wright e Roger Waters ed un ritornello affidato a David Gilmour, con quest’ultimo che negli ultimi due minuti si presenta anche col suo primo assolo nei Pink Floyd. Nel testo è presente un esplicito riferimento a “Lucy in the Sky with Diamonds” dei Beatles, mentre la narrazione illustra cinematograficamente la discesa di un veicolo spaziale extraterrestre nella stazione di RAF Mildenhall, a nord-est di Cambridge, città natale di Roger Waters.

Melodie beat e sezione ritmica scalpitante danno vita ad un gioiello di indecisioni come Remember a Day, delicata e subliminale come poche altre. Un pianoforte dolcissimo ed ipnotico accompagna parole sognanti e respiri, suoni intermittenti e sibili appena percettibili. I Pink Floyd sono combattuti tra melodie easy e viaggi apocalittici; ne viene fuori un linguaggio musicale ibrido ed unico nella storia del rock. Il testo tratta di giornate perdute e dello scorrere inesorabile del tempo, Richard Wright si chiede quale sia il motivo per cui non sia mai possibile raggiungere il Sole.

Set The Controls For The Heart To The Sun è un serpente che striscia nella nostra mente, si mimetizza, colpisce con il suo veleno terribilmente dolce e letale. È un rifacimento in chiave orientale-onirica degli incubi astronautici di Barrett; la suggestione è notevole, perché il suono si insinua dolcissimo, sospinto da una percussione frenetica e assordante, da una litania monotona bisbigliata sotto le note ossessive del basso creando spazi immensi nella nostra mente, radure desolate, cieli plumbei e solitudine.

Corporal Clegg è la prima di una lunga serie di divagazioni sui temi bellici di Waters, che saranno ampiamente sviluppati dieci anni più tardi all’interno del mastodontico The Wall. Il testo narra del caporale Clegg, uno dei pochi che ce l’ha fatta, uno di quelli scampato alla morte, ma, la guerra ha preso una parte del suo corpo, una gamba ed ora lui è cambiato, si sente diverso, più fragile e perennemente osservato. Nessuno è in grado di aiutarlo e di dargli serenità. A sua moglie, la signora Clegg, non resta allora che diluire l’amarezza in un altro po’ di gin. Il suono si avvicina molto alle sonorità dell’esordio. Chitarra acida, atmosfera stralunata e aggressiva, assoluta imprevedibilità nei toni vocali così come negli assoli di fiati e chitarra.

A  Saucerful Of Secrets,  apre seconda facciata del disco, il brano dura quasi dodici minuti, una sorta di ascesa dagli inferi verso il paradiso, il tentativo più consistente di sconfinare nell’avanguardia. Un trip allucinogeno che si sublima in una religiosità totale, imponente e spaventosa, che fonda liturgie cristiane e orientali in un unico anelito cosmico. Diviso in quattro parti che simboleggiano i vari momenti di una battaglia, il movimento di apertura Something Else è essenzialmente un collage sonoro che aumenta d’intensità fino a diradarsi nell’atmosfera opprimente della seconda sezione Syncopated Pandemonium, in cui i tamburi reiterati di Mason divengono il crocevia per  una improvvisazione  cacofonica, alludendo al momento saliente della battaglia; il ritorno alla calma è poi un momento buio e tempestoso Storm Signal, una conta dei danni in cui l’organo di Wright viene affiancato dal mellotron e dai cori celesti, che ci spingono infine verso un catacombale epilogo Celestial Voices.

See-Saw è una tenera ballata; arricchita di splendide orchestrazioni per archi, incursioni magiche di tastiere e ritmo di batteria sempre originale, un brano sulla perdita dell’infanzia scritto da Wright farcito da mellotron ipercalorici ed arrangiamenti d’archi mielosi.

Il finale è affidato all’ultima produzione di Syd Barrett sotto la sigla Pink Floyd: Jugband Blues è una filastrocca deliziosa, senza il minimo equilibrio, come tutte le sue opere. Fiati paesani, cori montanari, intermittenze chitarristiche, dissolvenze, malinconia insomma il magico Syd.

Il testo da molti viene visto come un atto di accusa verso i discografici ma anche ai membri della stessa band: “ È terribilmente cortese da parte vostra credermi qui/e vi sono anche molto grato per aver chiarito che in realtà non ci sono” oppure “E mi domando chi possa essere a scrivere questa canzone” .

 

 

 

MORE

I Pink Floyd ritornano al cinema dopo la deludente esperienza di The Committe  grazie al regista Barbet Schroeder allievo di Godard.  Il regista francese nato a Teheran ambienta More a Ibiza. Il film è la storia di un vortice di droga e sesso tra lo studente tedesco Stephan e l’americana Estelle nell’isola tanto amata dal mondo hippie. Soundtrak From The Film More segna l’inizio della dominazione di Roger Waters che firma undici brani su tredici e imprime una direzione ben precisa al sound del gruppo, lasciando tutte le parti vocali al solo David Gilmour. Equamente diviso tra canzoni ed episodi strumentali, il disco è privo di lunghi brani e ha un’impronta sia rock che pastorale, senza più la lucida follia di Syd Barrett.

Il disco si apre con Cirrus Minor, dove spicca la tastiera di Richard Wright, la quale accompagna le prime immagini di perdizione dei protagonisti in una spirale discendente, che si spegne in un cinguettio di uccelli prima di lasciare posto al brano successivo. Cirrus minor è il perfetto vestito musicale per descrivere in musica la fase cruciale del film in cui il protagonista si fa il primo buco, sprofondando prima nel rilassamento e benessere, controbilanciata poi dalle successive sensazioni di perdizione e incubo, quando gli effetti della droga si disperdono.

The Nile Song, un hard rock licantropo, vero e proprio gioiellino antesignano sonoro del grunge che verrà. La canzone appare nel film poco dopo l’inizio, quando il protagonista arriva con un amico alla festa privata parigina dove farà la conoscenza della sua bella.

A seguire la delicata Crying Song, ballad dai suoni leggeri e dai toni delicati conditi da chitarre acustiche è abbellita da delicati interventi di Wright al vibrafono e, poi da un assolo slide di Gilmour.   

 Up the Khyber (tradotto: “su per il Khyber”, valico Afgano, ma, più realisticamente, “su per il culo” nello slang londinese), un viaggio lisergico di due minuti e tredici di free jazz, nonché primo brano strumentale nella storia dei Floyd; una jam session jazz fra Wright ed il batterista Nick Mason, dove il tastierista sfoga al pianoforte la sua passione per lo stile di Thelonius Monk, eseguendo accordi violenti e dissonanti ed aggiungendo una partitura d’organo autenticamente psicotica, mentre il batterista spara un ritmo tribale in pieno stile Gene Krupa.

Il flusso sonoro torna subito calmo con Green is the Colour, una ballata cantata in falsetto da Gilmour accompagnata dagli svolazzi flautistici di Linda, moglie di Nick Mason. Al falsetto un poco convinto e neanche troppo convincente David Gilmour,

 Cymbaline  fragile serenata per flauto, chitarra, pianoforte e canto in sordina, di cui i Floyd facevano già ampio uso nei concerti e che, finalmente, trova degno spazio su disco.

Dal vivo Wright trasformava questo brano, ingegnandosi a scoperchiare ben bene i molti cervelli acidi presenti fra il pubblico, attraverso un lungo intervento psichedelico ed orientaleggiante all’organo, aiutato da sensazionali effetti quadrifonici: una vera vacanza lisergica per gli hippie del tempo.

 Party Sequence è il secondo strumentale, costituito da semplici bongos e flauti, che si incontra nell’album. La scena del film è quella di una festa fricchettona di Ibiza alla quale si recano i due protagonisti, piena di variopinta gente, un gruppo di percussionisti che suona e tutti gli altri a fumare, bere, impasticcarsi, chiacchierare e pomiciare. Tutti e quattro i Floyd si divertirono in studio a menar le mani sulle percussioni, assistiti dalla solita Linda Mason al flauto.

La seconda facciata del 33 giri si apre con un altro brano strumentale: Main Theme ipnotica e conturbante che il regista utilizza come Ouverture e chiusura del film. La musica commenta una suggestiva e dardeggiante immagine del sole oscurato da un’eclisse con un uso massiccio di gong, il suono dei quali si placa per far affiorare prima un mormorio d’organo e poi un ritmo ed una melodia sincopati.

Ibiza Bar segue la stessa struttura di The Nile Song, ne è una variante, quasi una clonazione, gli accordi variano di pochissimo, ma il sound della  chitarra e della batteria non cambiano di una virgola ma, il risultato finale è ben lontano dalla spontaneità e la qualità della seconda traccia.
More Blues è un puro esercizio di tecnica solistica blues per la chitarra di David Gilmour, qualche semplice svisata in libertà, su una base ritmica che si ferma e riparte per accompagnare il protagonista costretto a fare il barista e il piccolo spacciatore per il pusher dell’isola, a risarcimento del furto di eroina perpetrato dalla sua donna.

Quicksilver è il brano più lungo dell’opera, Ben sette minuti di pura sperimentazione strumentale che strizza l’occhio al passato psichedelico barrettiano, un robusto e articolato momento di musica strumentale concreta, che vede il tastierista Wright in primissimo piano.

A Spanish Piece, strizza l’occhio alla musica iberica per un solo minuto, con due chitarre acustiche al ritmo di flamenco.

Dramatic Theme, un blues glissato chiude l’album, descrivendo puntualmente uno degli accadimenti vicini all’epilogo della pellicola, nel quale esplode la gelosia del protagonista, alle prese con l’evidente, doloroso legame di dipendenza fra la sua ragazza ed il pusher e con la vacuità dei suoi tentativi di cambiare le cose.

 

UMMAGUMMA

Nel 1969 vede la luce la loro opera più ambiziosa, il doppio Ummagumma. Un album in studio con brani inediti, i quattro se lo spartiranno in parti uguali, dieci minuti a testa, per sbizzarrirsi ognuno con i sogni più sfrenati, e uno dal vivo con i vecchi classici, tanto per chiudere un ciclo.

Bella la foto che campeggia sul retro copertina, scattata su una pista di rullaggio del campo volo di Biggin Hill, con i roadies a far la guardia a un arsenale strumentale già di tutto rispetto: bacchette, rullanti, tastiere, chitarre e amplificatori disposti a forma di caccia bombardiere Phanthom.

Il disco live si apre con Astronomy Dominé, dove Gilmour si impadronisce del brano di Barrett infondendogli nuovo vigore con la sua chitarra, più rock meno psichedelica, dove l’astronave rolla e ruggisce nuovamente nell’atmosfera di qualche pianeta e lentamente accosta e spegne i motori.

Roger Water lacera con urla agghiaccianti e primordiali il crescendo tumultuoso di Careful With That Axe, Eugene, insuperabile esempio di thriller-horror psichedelico che si trascina sottovoce per orientalismi ipnotici e bisbigli soprannaturali in una atmosfera di tragedia incombente, metà amplesso metà trip, metà incubo metà delirio: un capolavoro. Apre la seconda facciata del disco live, Set the Controls For The Heart Of The Sun, governata dalle percussioni di Mason e dalla voce di Waters, poetica e delicata come non mai, anch’essa notevolmente allungata nella parte centrale dove ancora una volta è l'organo ad essere protagonista in questa ipnotica canzone dal significato oscuro. Chiude la seconda facciata DEL Lp A Saucerful Of Secrets, la piccola sinfonia rock suddivisa in quattro movimenti esalta il grande affiatamento della band, capace di dosare sapientemente volumi, echi, riverberi, timbri e suggestive parti improvvisate, il brano e rivisitato in versione romantica, con struggente inno finale di Gilmour soltanto gridato, sugli accordi religiosi dell’organo. L’onore di aprire il disco di studio aspetta a Wright, il cui Sysyphus è un concerto pianistico in quattro movimenti in bilico tra colonna sonora di un film storico, sinfonia romantica, impressionismo pianistico e dissonanze alla Luigi Nono. Il brano si chiude con le percussioni in un finale metafisico che passa dalle quiete campestre all’uragano cosmico. Roger Waters contribuisce al completamento della prima facciata del disco con due tipiche ballate, la prima è Grantchester Meadows, delicata confessione acustica che prende nome e ispirazione dai prati e boschi in riva al fiume Cam dove i ragazzi di Cambridge si recano a prendere il sole e fare picnic. È il momento più melodico del disco con rumori di bosco, uccellini e ronzio d’insetto. Da lì si passa a Several Species Of Small Furry Animals Gathered Together In A Cave And Grooving With A Pict, rapsodia indemoniata per voci elettroniche e percussioni che simulano un tripudio di bestioline della foresta, la prova generale su disco di quegli esperimenti e giochi con il rumore che diventeranno un tratto inconfondibile della band. L’ultima facciata del doppio si apre con The Narrow Way di David Gilmour, il pezzo, diviso in tre sezioni, parte con una introduzione di chitarra acustica, mentre la seconda parte è caratterizzata da una linea di basso, su cui si inseriscono le improvvisazioni di chitarra elettrica e tastiere. Nella terza si fa un brusco ritorno alla classica forma canzone. Dodici minuti di pura psichedelica che ci riportano alla musica cosmica e acida dei primi Pink Floyd. Chiude l’album l’inconsueta composizione di Mason, The Grand Vizier’s Garden Party, una suite in tre parti dedicata alla festa del Gran Visir nel suo giardino, imperniata, neanche a dirlo, sulle percussioni. Un delicato flauto invita all’entrata della festa dove aleggiano profumi orientali piuttosto densi, non lasciando presagire nulla di quanto troveremo nel giardino del Gran Visir: l’intrattenimento va avanti a colpi di gong, al suono dei timpani classici, fino ad una complessa batteria rock e  a un nutrito assortimento di effetti metallico - lignei, Mason governa il rumore trasformandolo in musica.

 

ATOM HEART MOTHER (1970)

(Il titolo deriva dalla notizia di una partoriente tenuta in vita da un pacemaker caricato da una batteria atomica).

È il primo disco dei Pink Floyd a potersi fregiare a pieno titolo dell’etichetta progressiva: brani notevolmente allungati, una concept suite lunga una intera facciata, atmosfere epiche e sinfoniche, ballate acustiche e qualche traccia di post psichedelica sono i tratti caratteristici di uno stile in rapida maturazione. Chitarre acustiche, orchestra, trombe, archi e coro, suoni cristallini, basso e organo, una perfetta suite che da il titolo al disco: è l’affermarsi degli arrangiamenti sulle composizioni. Atom Heart Mother è divisa in sei parti: Father’s Shout, Breast Milky, Mother Fore, Funky Dung, Mind Your Throats Please e Remergence. I sei brani della suite sono organizzati in funzione di due temi principali e nella sequenza della forma-sonata alternano, melodie orchestrali dal sapore cinematografico, cori inquietanti, passaggi funky e le meditazioni chitarristiche di Gilmour.

La seconda facciata presenta brani meno altisonanti ma non riempitivi riconducibili ai Pink Floyd più psichedelici.

 la ballata If, composta, suonata e cantata da Roger Waters in cui il bassista chiede perdono a Barrett per l'estromissione dai Floyd, una ballata che non si discosta molto dal genere folk, nella quale il bassista si diletta eseguendo un semplice arpeggio di chitarra acustica ripetuto più volte.

Il pop beatlesiano Summer ’68 con vocalizzi folk-rock, pianismo classico e trombe psichedeliche scritta da Wright dove il tastierista si lamenta degli aspetti negativi della vita da rockstar.

La nostalgica Fat Old Sun, a prendersi la scena nella malinconica e nostalgica ballata è Gilmour, che conclude poi il brano con uno splendido assolo.

Chiude la seconda facciata Alan’s Psychedelic Brakfast, il brano è diviso in tre parti uniti tra loro da dialoghi e strani effetti sonori con bellissime parti di tastiere e chitarra; il tutto si sviluppa sopra i suoni e i rumori prodotti dal roadie Alan Styles, impegnato realmente nella preparazione della colazione. Si dice che l'idea per il brano sia stata data indirettamente da Barrett, che anni prima, durante un concerto della band, si mise a friggere un uovo sul palco, amplificando con il microfono lo sfrigolio della cottura. Anche in questa caso, come nella prima traccia, ci troviamo davanti ad un pezzo veramente innovativo, ed è forse la parte finale quella che più si avvicina a come si svilupperà il sound dei Pink Floyd negli anni '70.

Interessante e molto bella la copertina di Thorgeson con la celebre fotografia della mucca, semplice e provocatoria, è in controtendenza con i lavori grafici del periodo poiché non ha alcun legame con la musica proposta.

 

MEDDLE (1971)

Se il precedente Atom Heart Mother, rimane il più amato dai fan, Meddle è però molto più fluido e perfezionato sulla strada che porta a Dark Side. L’orchestra ha lasciato spazio alle tastiere e al basso di Waters. È una musica progressive che ha bisogno di ampi spazi strumentali e di una certa solennità ritmica per dare il meglio, ma anche di un pubblico disposto a perdersi in mezzo a una musica che somiglia sempre più a certi fumi stupefacenti e colorati.

Un vento solare simulato attraverso il soffio degli amplificatori introduce il tema e crea lo spazio per l’ascolto di One Of These Days, uno strumentale costruito intorno ad un'unica nota di basso, una sorta di pedale doppiato e pesantemente riverberato al quale si aggiungono gli altri strumenti della band. Caratterizzano il brano gli effetti su nastro di Nick Mason, che al centro della composizione pronuncia, con una voce resa artificialmente tetra, le uniche parole del pezzo, che resteranno nella storia del gruppo: “one of these days I’m going to cut you into little pieces” (uno di questi giorni ti taglio in piccoli pezzi) i suoni del sintetizzatore e soprattutto la magnifica prova di Gilmour alla chitarra elettrica e alla lap steel nell'indiavolato finale che improvvisamente viene interrotto dal soffio del vento, dal quale giungono ora le note di A Pillow Of Winds, una dolce ballata struggente sulla quale si staglia la forte e chiara voce di Gilmour, accompagnata da una chitarra acustica.

Il pezzo successivo, firmato Gilmour-Waters così come il precedente, è intitolato Fearless e si distingue per le orecchiabili melodie chitarristica e vocale, oltre che per le prime grandi liriche di Waters che darà in questo senso il meglio di sé in seguito. A conclusione del brano il famosissimo coro dei tifosi del Liverpool “You’ll never walk alone” registrato in un derby tra i Reds e l’Everton, tanto che subito dopo i tifosi della seconda squadra intonano un “Everton! Everton!” e vengono sommersi dai sonori fischi dei supporters dei loro rivali cittadini.

Particolare lo stile fortemente jazzato di San Tropez, pane per i denti di Richard Wright amante del free-jazz. Al pianoforte, il tastierista inventa interessanti melodie sul semplice giro di accordi della canzone, nel complesso allegra e piacevole.

Degna di nota è invece la quinta traccia Seamus, perché è un raro blues nella storia del gruppo e perché alla voce non vi è il solo Gilmour ma anche e soprattutto il cane Seamus, di proprietà di Steve Marriott (Small Faces, Humble Pie), che dà il nome al brano. I suoi ululati accompagnano raffinatissime note blues che emergono dalla chitarra acustica di Gilmour e dal magistrale piano di Wright.

Echoes, brano di 23 minuti che occupa l’intera facciata B. Come Athom Heart Mother, anche Echoes prende spunto dall’esposizione della sonata classica ma se ne distacca per la liquida confluenza di temi, che ha avuto lunghi tempi a disposizione per sviluppare le idee portanti. L’iniziale nota acuta di piano amplificata con il Leslie sembra provenire da fondali marini, gli effetti di vento e gabbiani creano un clima autunnali in cui le linee vocali e strumentali hanno ampi spazi per emergere e dissolversi. Mai come questa volta, il chitarrismo di Gilmour è protagonista. Ancora una volta la Hipgnosis incarna l’ambientazione sonora: in copertina gli anelli d’acqua sovrapposti a un orecchio simboleggiano la liquidità psichedelica della musica dei Pink Floyd.